Dalle connessioni territoriali a una visione nazionale dell’innovazione agroalimentare.
Fin dalla nascita del Verona Agrifood Innovation Hub, Fondazione Cariverona ha creduto nella necessità di costruire un ecosistema capace di mettere in relazione imprese, startup, ricerca, investitori e talenti per trasformare l’innovazione in opportunità concrete per il territorio. Con l’evoluzione in Italia Agrifood Innovation Hub, questa visione si amplia a livello nazionale, mantenendo in Verona le proprie radici e aprendosi a nuove competenze, territori e filiere. Ne parliamo con Filippo Manfredi, Direttore Generale di Fondazione Cariverona, partner promotore dell’Hub, per ripercorrere i risultati raggiunti, le sfide dell’agroalimentare italiano e la visione che guiderà il percorso dell’Hub nei prossimi anni.
Siete tra i promotori di questa iniziativa fin dalla sua nascita. Qual è la visione che vi ha spinto a investire nella costruzione di un ecosistema dedicato all’innovazione agrifood e quali risultati ritenete più significativi raggiunti finora?
Siamo partiti da una convinzione molto concreta: l’agroalimentare è una filiera strategica non soltanto per l’economia, ma anche per l’ambiente, la salute, il lavoro e la qualità della vita. Verona disponeva già di imprese solide, ricerca di qualità, competenze e una forte vocazione produttiva. Mancava però una struttura capace di collegare questi elementi e trasformarli in un ecosistema.
È qui che abbiamo riconosciuto il ruolo della Fondazione: non sostituirci alle imprese, alle università o agli investitori, ma creare le condizioni perché potessero lavorare meglio insieme. Significa attivare alleanze, ridurre le distanze tra ricerca e mercato, accompagnare le idee più promettenti e condividere parte del rischio necessario a innovare.
I risultati confermano la validità del percorso.
In tre anni l’Hub ha generato oltre 450 sinergie tra startup, imprese e investitori e ha coinvolto più di 1.900 persone in attività formative, workshop ed eventi. FoodSeed ha accelerato, nel primo triennio, 21 startup, che hanno raccolto 10,2 milioni di euro e attivato oltre 50 collaborazioni industriali. Sono numeri importanti soprattutto perché indicano che le connessioni si sono trasformate in sperimentazioni, investimenti e opportunità reali.
Italia Agrifood Innovation Hub nasce dall’evoluzione del Verona Agrifood Innovation Hub. Cosa rappresenta, secondo voi, questo passaggio da un’iniziativa territoriale a una piattaforma nazionale dedicata all’innovazione agrifood?
Rappresenta un cambio di scala, ma anche una maggiore responsabilità. L’esperienza nata a Verona ha dimostrato che un territorio può diventare un laboratorio di innovazione quando riesce a mettere in relazione competenze, imprese, ricerca, capitali e istituzioni attorno a obiettivi condivisi.
Oggi quel metodo è sufficientemente maturo per aprirsi ad altri territori e mettersi al servizio del Paese. Verona non perde centralità: resta il luogo nel quale il modello è nato e mantiene un ruolo di coordinamento per il Nord-Est. Diventa però il punto di partenza di una rete nazionale capace di valorizzare vocazioni produttive differenti e collegarle ai mercati e ai circuiti internazionali.
Il passaggio da Verona a Italia Agrifood Innovation Hub ci dice anche qualcosa di importante sui territori: non devono scegliere tra identità e futuro. Possono partire dalla propria storia e dalle proprie competenze per costruire innovazione, attrarre talenti e generare nuove opportunità.
È il significato concreto della formula scelta dalla nuova realtà “Born in Verona. Built for Italy”.
Quali sono oggi le principali sfide che il settore agroalimentare italiano deve affrontare e in che modo l’innovazione può contribuire a trasformarle in opportunità?
Le sfide sono molte e strettamente connesse: cambiamento climatico, scarsità delle risorse, sicurezza alimentare, sprechi, costi energetici, tracciabilità e crescente pressione competitiva sui mercati. A queste si aggiunge la necessità di attrarre nuove competenze e accompagnare una transizione generazionale che, in molte filiere, è ormai urgente. L’innovazione può offrire risposte concrete: sensori e intelligenza artificiale per utilizzare meglio acqua ed energia, biotecnologie per valorizzare gli scarti, nuovi materiali per ridurre il packaging, sistemi digitali per rendere le filiere più trasparenti. Ma la tecnologia, da sola, non basta.
La vera sfida è portarla dentro i processi produttivi, verificarne l’efficacia e renderla accessibile anche alle piccole e medie imprese. Per questo lavoriamo sull’open innovation e sul trasferimento tecnologico. Dobbiamo accorciare la distanza tra una scoperta di laboratorio e la sua applicazione industriale, tra il bisogno di un’impresa e la soluzione sviluppata da una startup.
Quando questo incontro avviene, sostenibilità e competitività non sono più obiettivi contrapposti: diventano due componenti dello stesso percorso di sviluppo.
Quale valore può generare un ecosistema capace di mettere in connessione imprese, startup, università, investitori, istituzioni e talenti?
Il primo valore è ridurre la frammentazione. Spesso disponiamo di ottime competenze, ricerche avanzate e imprese disponibili a innovare, ma questi mondi non sempre si incontrano nel momento e nel modo giusto. Un ecosistema serve a creare un linguaggio comune e a trasformare relazioni occasionali in collaborazioni strutturate. Per una startup significa poter validare più rapidamente una soluzione, confrontarsi con il mercato e accedere a competenze e capitali. Per un’impresa significa trovare tecnologie e idee che difficilmente svilupperebbe da sola. Per università e centri di ricerca significa aumentare le possibilità che la conoscenza prodotta generi applicazioni, nuove imprese e occupazione qualificata.
C’è poi un effetto territoriale. I giovani scelgono dove vivere anche in base alle opportunità che trovano: formazione, lavoro qualificato, possibilità di fare impresa e reti professionali aperte. Costruire un ecosistema dell’innovazione significa quindi rendere i territori più attrattivi, non soltanto per trattenere competenze, ma anche per richiamarne di nuove. Il quarto batch di FoodSeed, con 225 candidature complete e una presenza internazionale crescente, mostra che questa capacità attrattiva si sta consolidando.
Guardando ai prossimi anni, quale impatto vi augurate che Italia Agrifood Innovation Hub possa avere sul futuro dell’ecosistema italiano dell’innovazione agroalimentare?
Ci auguriamo che diventi un’infrastruttura stabile, capace di collegare i diversi poli di competenza del Paese e di accompagnare le innovazioni fino alla loro effettiva adozione da parte delle filiere. Non ci interessa soltanto aumentare il numero dei progetti: vogliamo contribuire a migliorarne la qualità, la solidità industriale e l’impatto.
Questo significa favorire più trasferimento tecnologico, più collaborazioni tra startup e imprese, maggiore accesso ai capitali e nuove opportunità per ricercatori, imprenditori e professionisti. Significa anche aiutare l’agroalimentare italiano a proteggere la propria qualità e identità, preparandolo alle trasformazioni climatiche, tecnologiche e di mercato. L’ambizione è costruire una rete nazionale con radici territoriali forti. Un ecosistema nel quale le eccellenze locali non rimangano isolate, ma possano collaborare, crescere e competere su scala internazionale.
Come Fondazione continueremo a fare la nostra parte: connettere, accompagnare e contribuire a orientare l’innovazione verso risultati misurabili per le imprese, l’ambiente e le comunità.
Se doveste descrivere Italia Agrifood Innovation Hub con una parola o una breve frase, quale scegliereste e perché?
Sceglierei “Connessioni che diventano sviluppo”. Perché il valore dell’Hub non risiede in un singolo progetto tecnologia, ma nella capacità di far incontrare le persone e le competenze giuste, trasformando ricerca e idee in imprese, lavoro, sostenibilità e nuove opportunità per i territori.
